
4) Bultmann. La visione mitica del mondo  dissolta.
Bultmann pone con chiarezza il problema della demitizzazione come
compito teologico primario. Se il mito, secondo l'interpretazione
bultmanniana,  espressione di una superata visione del mondo, si
fa urgente per il teologo liberare il krygma (il nucleo
fondamentale della rivelazione) da un linguaggio che lo rende non
pi credibile per l'uomo contemporaneo.
R. Bultmann, Nuovo Testamento e mitologia.

 La raffigurazione mitica del mondo e l'evento mitico di salvezza
nel Nuovo Testamento.
La raffigurazione neotestamentaria dell'universo  mitica. Si
considera il mondo articolato in tre piani. Al centro si trova la
terra, sopra di essa il cielo, e sotto gli inferi. Il cielo 
l'abitazione di Dio e delle figure celesti, gli angeli; il mondo
sotterraneo  l'inferno, il luogo dei tormenti. Ma non perci la
terra  unicamente il luogo dell'avvenimento naturale-quotidiano,
delle sollecitudini, cio, e del lavoro, dove regnino l'ordine e
la regola:  anche il teatro d'azione delle potenze
soprannaturali, di Dio e dei suoi angeli, di Satana e dei suoi
demoni. Le forze soprannaturali agiscono sugli avvenimenti
naturali, sul pensiero, sulla volont e sull'operare dell'uomo; i
miracoli non hanno nulla d'insolito.[...].

E' impossibile ripristinare questa immagine mitica del mondo.
Quello neotestamentario  tutto un discorso mitologico, e i motivi
in cui lo si pu scomporre sono facilmente riconducibili alla
contemporanea mitologia dell'apocalittica giudaica e del mito
gnostico della redenzione. Ora, in quanto discorso mitologico, non
 credibile dagli uomini di oggi, giacch per costoro la figura
mitica del mondo  dissolta. Quindi l'annuncio cristiano di oggi
si trova posto di fronte a questo problema: se, nell'esigere fede
dall'uomo, possa pretendere da questi l'accettazione di una
sorpassata visione mitica del mondo. Se ci  impossibile, nasce
un altro problema: se il messaggio del Nuovo Testamento contenga
una qualche verit che sia indipendente dalla visione mitica del
mondo; in tal caso compito della teologia sarebbe quello di
demitizzare il messaggio cristiano.
L'annuncio cristiano pu oggi pretendere che l'uomo sia capace di
accettare come vera la visione mitica del mondo? E' pretesa
assurda e impossibile. Assurda, poich la visione mitica del mondo
come tale non  affatto specificamente cristiana, ma 
semplicemente la visione che del mondo si aveva in un'epoca remota
e che non aveva ancora ricevuto l'impronta del pensiero
scientifico. Impossibile, giacch una visione del mondo, non la si
pu far propria in base a una decisione, ma viene sempre offerta
all'uomo nella sua concreta situazione storica. Certo, essa non 
immutabile, e quindi il singolo individuo pu contribuire a
trasformarla. Ma lo pu solo se, in base a certi fatti che gli
impongono realmente, si avvede dell'impossibilit di sostenere la
visione tradizionale del mondo e in base a quei fatti, modifica
quest'ultima, o ne progetta una nuova. Cos la visione del mondo
pu mutare in seguito alla scoperta copernicana o per effetto
della teoria atomica; oppure quando il romanticismo scopre che il
soggetto umano  ben pi complesso e ricco di quanto potevano far
ritenere l'illuminismo e l'idealismo; o per il fatto che si prende
nuova coscienza del posto che spetta alla storia e alla tradizione
nazionale.
Ora  possibile che in una sorpassata visione mitica del mondo si
riscoprano verit, che in una certa fase dell'illuminismo erano
andate perdute. Per questo la teologia ha tutto il diritto di far
s che il problema sia posto anche nei confronti della visione del
mondo propria del Nuovo Testamento. Ma  impossibile che una
visione del mondo scaduta venga ripristinata con una pura e
semplice opzione ed  soprattutto impossibile che sia ripristinata
la visione mitica del mondo, dopo che i nostri modi di pensare
sono stati interamente e irrevocabilmente formati dal pensiero
scientifico. Una cieca accettazione della mitologia
neotestamentaria sarebbe un arbitrio; e avanzare una simile
pretesa come un'esigenza di fede significherebbe avvilire la fede
riducendola alle opere, [...].

Come l'esigenza della demitizzazione sia proposta dalla natura
stessa del mito.
Il senso genuino del mito non consiste nel dare una visione
obbiettiva del mondo; vi si esprime piuttosto come l'uomo intenda
se stesso nel mondo; il mito vuole esser interpretato non
cosmologicamente, ma antropologicamente, meglio ancora
esistenzialmente. Il mito parla della forza o delle forze che
l'uomo ritiene d'avvertire come fondamento e limite del suo mondo,
del suo proprio operare e soffrire. E ne parla in modo tale da
includerle immaginosamente nella sfera del mondo conosciuto, delle
sue cose e delle sue forze, e nella sfera della vita umana, delle
sue passioni, dei suoi motivi e delle sue possibilit. Cos, ad
esempio, parla dell'uovo del mondo o dell'albero del mondo, per
manifestare la causa e l'origine del mondo; oppure parla di
battaglie fra gli di, dalle quali sono risultati le condizioni e
gli ordinamenti del mondo conosciuto. Il mito parla di ci che non
 profano profanamente, degli di umanamente [...].
Pertanto, se l'annuncio del Nuovo Testamento deve conservare una
sua validit, non si d altra via che quella di demitizzarlo. E
certo non ci si mette a battere questa via in forza del postulato,
che il messaggio neotestamentario debba esser reso applicabile a
tutte le circostanze del presente. Piuttosto c' da chiedersi se
esso sia realmente niente altro che mitologia, o se proprio il
tentativo di comprenderlo nelle sue autentiche finalit non porti
all'eliminazione del mito. Ma tale interrogativo viene
urgentemente imposto da due parti: dalla cognizione della genuina
essenza del mito e dal Nuovo Testamento medesimo.
R. Bultmann, Nuovo Testamento e mitologia, Queriniana, Brescia,
1970, pagine 103-118.
